mercoledì 16 dicembre 2015

Intervista di Pietro De Bonis a Giacinto Spigarelli, autore dei libri “Zero amore” e “L’Infante e la Bestia”.

Titolare di un sito web di informazione relativa alla questione della violenza il cui fine è quello di incoraggiare, quando vi siano elementi utili nella vita personali dei visitatori a riconoscersi in situazioni simili a quelle offerte nel sito, a richiedere soccorso alle strutture specializzate mediante link che dirottano gli stessi su chat del “Telefono azzurro” o sui siti di “telefono donna”, “telefono rosa” ed altro, fornendo di essi i numeri di telefono. Nome del sito: zeroamore.jimdo.com. Giacinto Spigarelli ha scritto due romanzi, “Zero amore” e “L’Infante e la Bestia”, di cui oggi vi parleremo.

Zero Amore: “L’ispettore Mandorlini viene interessato dal suo commissario ad indagare su un delitto di cui non sono disponibili né utili testimonianze né indizi particolari. La fama dell’ispettore lo porta a doversi interessare ai casi più difficili, quelli per i quali solo l’ingegno e il carattere di un grande uomo possono sbrogliare una matassa. Di seguito al delitto precedente, una chiamata dall’ ospedale avvisa il commissariato del ricovero di una giovane paziente in gravissimo stato di choc. Le caratteristiche dell’ispettore, i suoi rituali e le “amicizie particolari”, faranno la differenza per portare alla luce, non solo la causa del ricovero della giovane paziente, ma addirittura la sua identità e la sua residenza: seppur in stato di choc, la paziente stringe in mano un piccolo oggetto che l’ispettore porterà via con sé pur non sapendo cosa sia e a cosa possa essergli utile... “

L’Infante e la Bestia: “Tratto da una storia vera, questo testo vuole essere spunto di riflessione per chi sa e per chi non sa che esistono fantasmi in armadi molto vicini a noi: nostri simili che vediamo ogni giorno ma che preferiamo definire fantasmi per illuderci che non esistano. Un libro da leggere, un libro su cui meditare per accrescere la propria consapevolezza. Un libro utile a molte donne-fidanzate-mogli-madri, per liberarle dal mostro prima che sia troppo tardi. Un libro per accrescere un senso di cittadinanza solidale fondata sull'empatia piuttosto che su aleatorie informazioni che non rendono viva la gravità di queste esperienze.”

Giacinto Spigarelli si è reso molto disponibile a rispondere ad alcune mie domande.



Pietro De Bonis: Ciao Giacinto! Iniziamo con “Zero Amore”, un romanzo dedicato alle donne vittime di violenza e femminicidio.

Giacinto Spigarelli: Dovrei risponderti con un sì e sarebbe la risposta più scontata, ma “Zero Amore” è un libro dedicato a tutti noi, donne, uomini, ragazze e ragazzi, per riaccendere una sana consapevolezza che non sia pensiero o idea, ma percezione empatica verso la questione della violenza sulle donne. In esso viene proposta, seppur celata all’interno di un romanzo, una storia vera, una delle tante sconosciute all’opinione pubblica, perché questo è il problema: per una storia che finisce sui media a causa della gravità del suo termine, ce ne sono centinaia che rimangono silenziate perché ancora racchiuse all’interno delle mura di una casa, all’interno della sofferenza di una donna.

Pietro De Bonis:Un romanzo che porta all’interno di un teatro di violenza da cui se ne esce col più consapevole rifiuto della violenza sulle donne, come se poi questa minuziosità nelle descrizioni fosse necessaria, non credi?

Giacinto Spigarelli: Si! Ritengo che sia necessario al giorno d’oggi! Il termine “stupro” o “violenza fisica”, come quello di “violenza psicologica”, sono entrati nel gergo comune perdendo la gravità del loro significato. Dunque, ritengo necessario riaccendere un faro sul significato stesso di questi termini. Il cittadino comune, non è più capace di percepire la violenza in senso generale, nonostante, di violenza comune, viva ovunque, in strada come nelle scuole, in ufficio, come nelle assemblee condominiali. Egli soventemente condizionato, per quieto vivere, a sottomettersi alla prepotenza dei violenti, che, per affermare sé stessi sull’intero contesto in cui vivono, al di là di ogni eventuale ragione, usano la pre-violenza come arma di annichilimento delle ragioni altrui, per agire poi con violenza all’eventuale tentativo dell’interlocutore, nel momento stesso in cui decida di difendere le sue ragioni. Il cittadino comune, ormai, vive taluni atti di violenza, con il termine che io stesso ho coniato: pre-violenza. Questa normalizzazione della vita quotidiana da parte del cittadino, ha aumentato la sua omertà e ciò a discapito di ogni tipo di vittima ma anche si sé stesso. In questo panorama dunque, diviene difficile che il cittadino comune comprenda con dovizia di attenzione, la gravità della violenza verso il prossimo, anche quando essa si chiamasse stupro. Siamo circondati di demagogia… a parole tutti interessati e partecipi ad n tema delicato come la violenza alle donne, “giornate dedicate”, condivisioni di pensieri retorici, ma poi… tutti… al momento della richiesta di aiuto, volgiamo lo sguardo altrove. In tutto ciò, poi, c’è la sconfitta del credo civico del cittadino stesso, sia con l’insoddisfazione verso certe sentenze della magistratura, sia con l’inefficacia dell’azione politica, che con la beffa della proposta filmografica che, troppo spesso, nei film di violenza, tende ad osannare la figura del violento in quanto vincente a scapito della figura della vittima o del giusto… perdenti e “comparse”.

Pietro De Bonis: Avvisare le persone di un possibile pericolo imminente, questo è il nobile scopo di “Zero Amore”?

Giacinto Spigarelli: Si! Oltre a mettere in evidenza taluni comportamenti comuni tra le 
varie “bestie” che circolano nelle nostre città e quindi smascherarli dalle sembianze di “affascinanti carismatici maschi da amare”, fare interrogare noi maschi stessi sulla giustezza o meno di una nostra condotta verso le donne, proponendo tre alternative, di cui, soprattutto una, si confronterà con la storia di violenza proponendo il Vero Amorecome DNA della proposta maschile per batterelo Zero Amore che potrebbe celarsi nell’animo di qualcuno di noi.

Pietro De Bonis:Ce ne leggi un brevissimo passo?

Giacinto Spigarelli: Non posso per il semplice fatto che, estrapolare un passo da un percorso studiato per rendere assimilabile tanta violenza senza rimanerne scioccati o disturbati, al fine di naturalizzarla nella coscienza del lettore quanto, nella vita reale egli la naturalizza se colta accanto a sé, significherebbe dare al libro un significato diverso da quello che ha. Non è un caso che, parallelamente alla storia di violenza, venga proposto un bellissimo romanzo d’ amore. Questo libro va letto tutto dalla prima all’ultima pagina perché, come nella vita reale, le storie di violenza accadono improvvisamente ma, anche, si evolvono lentamente all’interno di un progetto strategico dei carnefici che riescono a nascondersi da quello che realmente sono condizionando, mediante la coercizione della vittima e la pressione psicologica su di essa, in isolamento la vittima stessa, non da lui, ma da chiunque potrebbe aiutarla: la famiglia, gli amici, i colleghi. Oppressione, crudeltà, sequestro dell’anima e della vita della vittima… questo è il percorso, seppur fosse iniziato con la maschera di un sogno. Come uno Tzunami improvviso ma perenne, i carnefici distruggono le loro vittime in eterno, lasciandole rinchiuse in un guscio impenetrabile fatto di mille e mille ricordi, fatto di odori, sapori… spesso di sangue, rumori, ansie, percezioni, paure e terrori, virazioni e attacchi di panico, fatto di urla nel silenzio, urla strozzate, di ricerca di ossigeno da respirare… tutto vissuto non nella notte degli incubi, ma ogni secondo della sua vita condizionata da un passato che non toglierà mai le sue catene.

Pietro De Bonis: Lo Zero Amore viene combattuto e vinto sempre dall’amore puro, Giacinto?

Giacinto Spigarelli: Si… l’amore vince sempre. L’apparente sua sconfitta è momentanea e sta nel non essere riconosciuto da tutti perché sono distratti da altro. Sta nell’essere silenziato dalla forza carismatica di chi propone qualcosa di diverso che viene erroneamente chiamato amore, poi amore violento ….Amore criminale ma, in verità è Zero Amore sin dal primo secondo, è tomba dell’amore… tomba delle donne.  L’amore vince e nel libro, la sua forza è nel proporlo come guarigione dalle ferite lasciate dallo Zero Amore, ma in questa mia proposta lancio un messaggio alle donne vittime di violenza: “Il regalo più grande che voi fareste a chi vi ha distrutto la vita, è quello di farvi condizionare in eterno anche quando vi sarete liberate di lui. Nel rifiutare l’amore, nel non sognare un futuro d’amore per voi, dimostrerete a voi stesse e a lui, di non esservi liberate, di essere quello che lui voleva: suoi oggetti, suoi progetti per tutta la vostra vita!Lasciatevi curare dall’amore, sognate di rinascere con l’amore ed allora potrete dire di esservi liberate totalmente di lui!”. Tutto ciò è il dono che rimarrà indelebile nella vostra anima leggendo Zero Amore, sarà forte quanto forte è il vostro stesso rifiuto ad amare.

Pietro De Bonis: Spostandoci al tuo secondo romanzo, “L’Infante e la Bestia”, questo è invece dedicato ai bambini vittima di violenza in famiglia.

Giacinto Spigarelli: Anche questo libro verrebbe inteso come dedicato ai bambini vittime di violenza familiare, ma in verità è un libro completo perché, dove c’è un bimbo vittima di violenza, c’è uno dei genitori, in questo caso la mamma che a sua volta l’ha subita dal marito perché modificasse il suo DNA ed accettasse lo stato in cui vive il figlio divenendo poi complice consapevole delle torture del padre. E’ un libro globale perché affronta le conseguenze sulla vita sociale di un bambino che, crescendo, sarà alla ricerca spasmodica di altri genitori, altri fratelli, cadendo nella rete di chi attende una occasione simile: bulli e pedofili. Il libro, quindi, è dedicato ad ognuno di noi come genitori e come cittadini. Come genitori nello stare sempre attenti a distinguere momenti di raptus da rimproveri costruttivi, stare attenti alla facoltà intellettiva di nostro figlio nell’assorbire, mediante la sua sensibilità, le nostre azioni, le nostre parole ed anche l’energia che si respira in casa; come cittadini perché sappiamo essere testimoni e non spettatori, quando, i segnali espressi dalle condizioni di un bambino, i dubbi che circolano nelle strade sulla sua vita, possano palesare che egli sia una vittima di violenze familiari ed agire… anche mediante l’avvicinarlo, consolarlo, ma anche rivolgersi alle autorità competenti e alle strutture apposite che si occupano di infanzia. Rinunciare quindi alla normalizzazione e alla omertà. Ma questo libro è dedicato soprattutto a loro… le bestie, perché leggendolo, qualora avvenisse, ascoltino meglio il dolore provocato dalle proprie azioni e le conseguenze sociali sul destino di loro figlio; è dedicato ai partner e alle partner di tali bestie, perché si incoraggino a dire “Basta” e fuggano…. Fuggano lontano dalle bestie portando con sé i figli, ricorrendo al soccorso dei vari centri antiviolenza sparsi per l’Italia, prima che l’informazione possa raccontare un'altra bara bianca. Già perché l’informazione, e purtroppo anche molti cittadini, ipocritamente, spesso inseguono i morti e si disinteressano dei vivi.

Pietro De Bonis: Anche qui, ci leggi un passo?

Giacinto Spigarelli: Anche qui non posso per gli stessi motivi di “Zero Amore”. C’è un percorso lento per fidelizzare il lettore, farlo affezionare lentamente al bambino per essere pronto a giungere all’incontro con lui quando racconterà minuziosamente la sua storia. Non si può estrapolare nulla dal libro, perché s darebbe un’impressione diversa da quella che ha. Il libro va letto tutto dalla prima all’ultima pagina, per essere testimoni oculari di una storia che, similarmente, potrebbe essere quella di qualcuno che abita nello stesso nostro palazzo, qualche compagno di scuola di nostro figlio. Rispetto a “Zero Amore”, in “L’Infante e la Bestia”, il rapporto con il relatore del romanzo che, nello specifico, è un giornalista, è molto più intimo e le descrizioni offerte molto più sintomatologiche in senso sia fisico che psicologico. E’ un libro che rende onore agli occhi d un bambino nell’accettare una vita sempre di fronte ad una bestia che lui sa descrivere come nessun adulto sarebbe capace di fare. Anche in questo libro, la parte romanzata è funzionale a fidelizzare il lettore, affascinarlo con una proposta di personaggi accattivanti, romantici, simpatici, stimabili in ambienti evasivi e sereni, man mano che le informazioni vengono offerte in modo progressivo, per non disturbare la sensibilità del lettore stesso e portarlo ad essere abbastanza forte per leggere la parte biografica… entrare nella casa della bestia.

Pietro De Bonis: La morte di un bambino è quella che tu chiami “atto fatale”?

Giacinto Spigarelli: Si, uso il termine fatale, perché in esso viene confusa una storia di violenza perpetrata con coscienza e perseveranza, con il semplice atto finale, come fosse un incidente, un raptus e non un finale predestinato dall’azione del carnefice. Incidente, semmai, nel progetto dei carnefici, in “L’Infante e la Bestia” è che il bimbo si sia salvato. Ma un bimbo che si salva, quando diviene adulto, rimarrà sempre condizionato dal suo passato: nel momento delle decisioni avrà sempre avanti gli occhi l’ombra della bestia; avrà paura di tutto e di tutti, spasmodico terrore di talune situazioni che si ripresentano simili a quelle già vissute, soffrendo nel doversi liberare del passato per incidere nel presente, vivrà incubi continui la notte… la sua stessa vita, e seppur raggiunta una vita degna, sarà sempre figlio di una bestia.

Pietro De Bonis: Nonostante il tema, riesci a narrare “L’Infante e la Bestia” in maniera leggera, come la spensieratezza quotidiana.

Giacinto Spigarelli: Assolutamente sì! Questo è il compito che mi sono prefissato: fare percepire le vite parallele, quella fluida e leggera del cittadino comune ma anche testimone che volge lo sguardo altrove, contemporaneamente a quella di chi, carnefice o vittima, vive nella casa degli orrori. Il lettore, leggendo “L’Infante e la Bestia” sarà come i testimoni proposti: normalizzerà ogni segno visto dall’esterno, fino a quando non entrerà nella casa, ed allora, diverrà lui stesso non più un testimone, ma la vittima, per la capacità descrittiva della biografia che viene offerta.

Pietro De Bonis: Come con “Zero Amore”, vuoi informare le persone, aprire loro gli occhi. Dove nasce questo tuo forte bisogno di stare vicino alla gente?

Giacinto Spigarelli: Viviamo in un epoca di violenza e, sempre meno, hanno voce, nella pubblica opinione, le brave persone. La vita reale si è ormai trasferita su internet… c’è il bello (a volte finzione), l’interessante dal punto di vista culturale ed il brutto ma, anche il mostruoso.  Internet, tra social, blog e forum è divenuta una realtà globale ove taluni si comportano, nascosti dietro l’anonimato, come nella vita reale non potrebbero. Per motivi personali, mi sono inserito nel mondo dell’associazionismo dedito alla tutela delle vittime di violenza, e, in modo indipendente, mediante diversi fake, ho iniziato ad interagire su alcuni forum per conoscere il punto di vista dei carnefici e, soprattutto, rintracciare le vittime di violenza , divenirci amico, confidente, ascoltarli in posta privata e, dirottandoli sul mio sito personale che offre informazioni e consulenze, metterli nelle condizioni di riconoscersi se, nello stato di “vittime”, per chiedere soccorso cliccando su appositi link che le indirizzano nella chat del telefono azzurro, ai numeri di telefono di  soccorso specifico al loro caso  o nei siti di centri antiviolenza.  Le vittime di violenza sono isolate, sentono la pressione della solitudine, spesso non sanno come muoversi ed internet non è così facile da consultare per chi cerca qualcosa di specifico. Hanno bisogno di parlare, sfogarsi, urlare la loro rabbia e il loro dolore, ripercorrere, per assurdo, il dramma degli stessi momenti appena vissuti e trovare un confidente su cui poggiare la loro speranza. Una volta che si assume la loro fiducia, il loro cuore, è difficile, se si è persone sensibili, che il loro dramma non divenga il tuo e ti trovi calamitato in una missione che sempre diviene di più il tuo stesso DNA. Il mio intento è solo quello di incoraggiarle a ricorrere agli strumenti che sono disponibili, tramite tanti centri antiviolenza, per interrompere un destino che le porterebbe a morire totalmente, se non nel corpo nell’ anima. Ho due figli e non mi basta essere un cittadino passivo, ma per costruire una società migliore, almeno nelle persone, per loro cerco di sensibilizzare, con ogni mezzo a mia disposizione, all’urgenza di cambiarci tutti quanti come cittadini. Non faccio politica e né mi interessa alcun partito, ma nel mio piccolo, ambisco a cambiare la coscienza collettiva almeno riguardo alle urgenze più gravi: quelle relative alla al diffondersi della violenza sia come costume che nella vita privata delle persone. Mi creda, non sono un Don Chisciotte, perché già prima di me e poi dopo di me, sono centinaia se non migliaia le persone dedite all’ascolto del prossimo che soffre e grazie a loro, forse la mia speranza non è una illusione. I miei libri dunque, sono uno strumento per diffondere questa responsabilizzazione senza la quale, noi brave persone, saremo sempre più potenziali vittime di una carnefice di passaggio.

Pietro De Bonis: Grazie Giacinto per questa intervista. Lascio a te la conclusione.

Giacinto Spigarelli: Intanto ti ringrazio per l’attenzione. Vorrei concludere lasciando un messaggio di speranza, un messaggio che si chiama “impegno”. Non basta avere paura di incontrare una bestia, ma bisogna agire quando una bestia è in casa di altri. Bisogna diffondere la cittadinanza attiva e solidale se vogliamo che qualcuno soccorra noi stessi nel momento del bisogno. Non bastano le giornate della memoria, non servono a nulla se noi, giorno dopo giorno, non abbiamo il coraggio di avvicinare una vittima per offrirle il sollievo della speranza e la via della salvezza. Un messaggio alla politica: Leggete Zero Amore, ascoltate lo sfogo dell’ispettore di polizia espresso nel romanzo, ascoltate la vittima, ascoltate il dolore delle vittime di violenza e, quando legiferate su determinati argomenti o, quando ipotizzate indulti per svuotare le carceri, non dimenticate il terrore in cui vivrebbe una vittima di violenza nella malaugurata ipotesi di incontrare nuovamente il suo carnefice. Lo stesso messaggio lo rivolgo alla giustizia: siate giusti ponendovi di fronte alle conseguenze sociali, psicologiche ed individuali per una sentenza troppo clemente verso il carnefice di una vittima che, nella giustizia cerca, non vendetta, ma rinascita personale.



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