martedì 1 settembre 2015

Intervista di Pietro De Bonis a Oreste Brondo, autore del libro “I gatti negli armadi”.

Oreste Brondo ha 50 anni ed è nato a Palermo, ha lavorato per dieci anni in una fabbrica di centrali telefoniche e ha fatto volontariato in un quartiere del centro storico. Sempre aPalermo insieme a un gruppo di giovani aspiranti giornalisti ha fondato la rivista Antimafia delle quale lui curava la parte fotografica. Per una decina di anni si è dedicato intensamente alla fotografia organizzando tre mostre e pubblicando in diverse riviste tra le quali Avvenimenti. Ha lavorato molto con il teatro insieme ai bambini, mettendo in scena in particolare due spettacoli con due storie inventate e scritte insieme a loro. Gli capitaspesso di scrivere racconti, ha pubblicato due libricini di storie allegati a libri delle vacanze (Un topo in casa e La fabbrica delle storie) editi da Ardea ed altri, ma oggi vi parleremo del suo ultimo “I gatti negli armadi”.


Il libro: “La gente comincia a ricevere visite di gatti dagli armadi di casa. Il primo a ricevere queste visite è un cavaliere che trova i vestiti del suo elegante guardaroba tramutati in vestiti di altro genere (camice da poliziotti dei serial degli anni settanta, divise da operai etc.). Decide di liberarsi del suo armadio che finisce in un’isola ecologica (discarica di mobilie in disuso). L’armadio diventa il quartier generale di questi gatti comandati da una sorta di monarca semi umano (il re dei gatti)...



Oreste Brondo si è reso molto disponibile a rispondere ad alcune mie domande.


Pietro De Bonis: Ciao, Oreste! “I gatti negli armadi” il tuo romanzo, ma precisiamo che non è un racconto per bambini, giusto?

Oreste Brondo: Non è un racconto per bambini ma nasce da un lavoro fatto con i bambini. Ogni anno, in classe, guido dei lavori sulla narrazione partendo da immagini occasionali, suggestioni individuali o da libri letti insieme in classe.
La storia dei gatti, pur partendo da una serie di suggestioni mie, è stata trattata, in buona parte, insieme ai bambini. Raccontavo frammenti di questa storia sottoponendoli alla loro critica. Molte delle loro idee hanno influito, determinandolo, l’andamento della storia. Si trattava di fare insieme a loro un lavoro di allenamento delle capacità critiche e narrative. Alla fine il materiale che ne è venuto fuori mi ha portato a scrivere in modo sistemato e più organico questa storia trasformandola in un romanzo. Linguisticamente penso che la storia possa essere letta autonomamente da adolescenti abituati a leggere e poi da adulti a cui vada di leggerla.


Pietro De Bonis: Un racconto che nasce da alcune tue suggestioni. Raccontaci.

Oreste Brondo: Il romanzo inizia con la notizia che il padrone della maggior parte delle abitazioni del quartiere di Bagnamare ha aumentato gli affitti del 30%. Gli abitanti del quartiere sono messi in crisi da questo cambiamento. La maggior parte delle famiglie dovrà rinunciare a cose anche abbastanza essenziali.
Qualcosa di simile mi è capitato. Con uno stipendio di settecento euro mensili mi ritrovai un anno a Napoli a pagare, a causa di un aumento immotivato, 550 euro al mese per un bivano di 25 metri quadrati.
Nella mia memoria c’è anche la proposta di affitto, da parte di un intellettuale di sinistra napoletano allievo di De Mauri, che mi proponeva una miserabile stanza a casa di sua madre senza diritto di usare il telefono, a cinquecento euro perché comunque la casa si trovava al Vomero (prestigioso quartiere napoletano).
Altra suggestione.
Mentre mi trovavo in quel periodo abbastanza furioso, preso da una sorta di rabbia classista (un odio quasi smisurato per chiunque ostentasse benessere economico), mi è capitato di assistere alla seguente scena: due signori attempati, seduti ad un tavolino in un’isola ecologica (un luogo dove venivano depositati mobili dismessi), che serenamente giocavano a carte, sorseggiando una birra, circondati da mobili che sembravano fare da arredamento ad una bizzarra abitazione a cielo aperto. Mi venne di pensare che finito il gioco si ritirassero nelle loro stanze, dentro un grosso armadio abbandonato che li copriva dal sole delle cinque del pomeriggio.
Altre suggestioni.
La visione di MIRCOLO A MILANO di Vittorio de Sica
La lettura di IL MAESTRO E MARGHERITA di Bulgakov, in particolare il personaggio del gatto che fa parte della compagine demoniaca.


Pietro De Bonis: Ambienti questa storia in un quartiere simile a Bagnoli, dove hai vissuto per qualche tempo: è più facile per te descrivere e scrivere luoghi che conosci?

Oreste Brondo: Mi viene più facile organizzare i movimenti dei personaggi delle storie adoperando le geometrie di luoghi che ho frequentato. Mi permette di non dovere fare un eccessivo sforzo di immaginazione. Come dire, le forme dei luoghi rimangono intatte, cambia i loro aspetto e le loro possibili funzioni. Per esempio, nel caso del villaggio degli armadi, il luogo deputato, che esiste veramente, è un piazzale di cemento ed erbacce che il comune da in affitto ogni anno ai circhi di passaggio. La palazzina dove hanno sede gli uffici del Cavaliere, in realtà è il sistema di edifici dove si trova un cinema multisala. La piazza dello spettacolo del re dei gatti è esattamente come è descritta nella storia.
La residenza del cavaliere si trova su una collina addossata al quartiere. Quello che ho fatto non è altro che avvicinare drasticamente a Bagnoli la collina di Posillipo dove vive la crema della società Napoletana. Un mondo a parte rispetto allo scorrere della vita del resto della città.


Pietro De Bonis: Anche il personaggio principale del romanzo non è del tutto inventato, poiché ispirato a un dirigente della fabbrica in cui lavoravi a Palermo; personalmente diverte e allo stesso tempo affascina la trasposizione di persone e luoghi reali, su carta. A te anche, Oreste?

Oreste Brondo: Pensa ad un contesto chiuso, come una fabbrica, dove sono costretti a vivere per otto ore al giorno, 1200 persone. Si vengono a ricostruire tutti i meccanismi della società, solo che basati quasi esclusivamente su valori quali: la carriera, la conquista di spazi vitali a spese degli altri (questo sempre), l’arricchimento personale tramite la ricerca di gruppi e cordate vincenti. Tutto portato all’esasperazione perché messo in scena in un luogo ristretto, in tempi ristretti e in spazi sovraffollati dominati da un ritmo esterno, quello della produzione, che di umano non ha nulla.
In questo contesto folle che era l’ITALTEL di Carini nella quale lavoravo come tecnico della qualità, si aggiravano personaggi come il dirigente e i suoi cloni, che solcavano la folla dolente di tecnici, operai e ingegneri guardandola dall’alto. Il loro modo di camminare, guardare, parlare era diverso da quello di noi esseri umani. Molti di noi li guardavano come un ideale da raggiungere. Una piccola parte, invece, sentiva la nausea montare, oppure un senso irresistibile di ridicolo, al solo vederli. Si era tutti lì costretti a stare, in quel posto spiacevole, solo per portare avanti le proprie vite. C’era chi a questo meccanismo si sottometteva c’era chi cercava di fuggire. Era una messa in scena continua, e diverse volte ho pensato di scrivere una storia che rimettesse in struttura tutto questo senso di ridicolo e perdizione. E’ vero quel che dici, Ripensandoci, è affascinante rimettere su carta cose viste, soprattutto se così sature di senso e di ridicola tragedia immanente.


Pietro De Bonis: Stare a stretto contatto con i bambini quanto aiuta la tua scrittura? In “I gatti negli armadi” quanto ti è tornato utile?

Oreste Brondo: In parte ne ho già parlato all’inizio. Posso dire che lavorare con i bambini costituisce un esercizio continuo di ricerca di chiarezza nel mio modo di scrivere, parlare, agire, mettermi in relazione con gli altri. Lavorando con i bambini mi rendo conto sempre di più giorno per giorno, che non esiste un atto solitario. Ogni creazione che facciamo, ogni gesto o azione che compiamo prende corpo in un consorzio umano, in una comunità dove ogni cosa pensata e fatta ha effetto più o meno determinante nella vita degli altri. Lavorare in classe ti fa sentire in modo potente, il fatto che tutte le vite sono interconnesse, che la nostra è una comunità nella quale la forza e la bravura dei singoli va messa a servizio di chi ha meno forza e meno bravura. In classe io dico spesso: <<Si va alla velocità dei più lenti>>, e in questo guardare gli altri, riconsiderare le proprie capacità in relazione agli altri, chi è già bravo diventa più bravo ancora e in più: la conoscenza, il tempo, il benessere, le capacità vengono distribuite più equamente. Forse, una delle cose nella quale i bambini mi hanno aiutato maggiormente nella messa a punto della storia è proprio questa: il tentativo di mettere a fuoco il seguente messaggio: non siamo soli, dobbiamo muoverci insieme e nessuno deve restare indietro.


Pietro De Bonis: Ci leggi un piccolo passo del tuo romanzo?

Oreste Brondo: Questa è la parte che preferisco, forse l’unica che mi piace veramente:

<< La storia narrava di piccoli dei che somigliavano a pulci di mare che nell’oceano inspiegabile con dei legnetti, dei refoli di vento, e delle gocce di schiuma sfuggite alla risacca, costruivano una terra meravigliosa, sulla quale cominciavano a danzare gli uomini, le donne, i bambini e gli animali, e acqua fresca sgorgava da fonti inesauribili, e gli animi affaticati si placavano di fronte alla bellezza del mondo e ogni cosa era nel giusto posto.
Narrava poi di periodi oscuri in cui, da altri luoghi, emersero gigantesche, potenti e risolute divinità, che cominciarono a spezzare le montagne, a contare le nuvole e a catalogarle, a disporre del tempo e dello spazio secondo un disegno preciso, periodi scuri nei quali la felicità era proibita. E narrava di come i piccoli dei, fragili come libellule al vento maestrale, furono costretti a conservarla, a nasconderla dentro un minuscolo vaso di creta fragilissimo, continuamente in pericolo, e di come alla fine un po’ ne rimase, abbastanza comunque da poter ricominciare da capo, con fatica, senza smettere mai un attimo di pensare, di credere che tutto avrebbe potuto essere come forse un giorno era stato, oppure anche diverso, ma sicuramente meglio di così, e ricominciare di nuovo da un refolo di vento, dalla schiuma di un onda, da un frammento di sabbia, da una forza piccolissima contro una forza immensa.>>


Pietro De Bonis: Cosa vuoi dire alle persone tramite “I gatti negli armadi”? Il suo messaggio.

Oreste Brondo: Un giorno a Matera ho conosciuto un prete della teologia della liberazione che lavorava e ancora nella favelas di Florianópolis. Lui diceva che senza ironia non si ha nessuna speranza di cambiare il mondo.  Per lui l’ironia è necessaria per affrontare, con una certa distanza, situazioni estremamente drammatiche ma anche per smascherare il potere per quello che veramente è, umanamente: un luogo perverso, popolato da personaggi dotati di un’autostima così elevata da non potere contemplare altro che se stessi. In buona parte: dei miserabili che del potere economico e sociale fanno un ultimo scoglio per proteggersi dal baratro della solitudine. Shakespeare ha parlato a sufficienza di questo.  
Ricordo una frase mirabile di Andreotti: il potere logora chi non ce l’ha. Questa frase andrebbe completata: il potere logora chi non ce l’ha ma lo vorrebbe avere.
Tutto sta ne fare rientrare più persone possibili, attraverso un processo educativo, di conoscenza, di scambio continuo, nella categoria di coloro ai quali non gliene frega niente di avere il potere, ma piuttosto di avere relazioni belle, libere, creative con gli altri.  
Noi vediamo gli altri come possibili concorrenti, come individui da superare in una gara continua per avere più denaro e più visibilità. Noi vediamo come valore assoluto la sicurezza di se e di ciò che facciamo diciamo e pensiamo. Tutto ciò ci sembra serio e importante.
Grazie a una buona dose di senso critico, di ironia ed autoironia tutto ciò potrebbe finalmente apparirci per quello che è: ridicolo e privo di sostanza ma purtroppo immanente.
Contro questa immanenza che uccide noi e i nostri figli, insieme dobbiamo lottare.


Pietro De Bonis: Grazie, Oreste, per questa intervista. Dove possiamo acquistare il tuo romanzo? Lasciaci con un pensiero che porti sempre con te.

Oreste Brondo: Il libro si trova su buona parte delle librerie on line, anche in versione e book e può essere ordinato in una qualunque libreria.
Il pensiero con cui vi lascio non è mio ma di un grande fisico americano Richard Feynman:
SULLA LIBERTA’ DI DUBITARE
<<Come scienziato sento la responsabilità di proclamare il valore di questa libertà, e di insegnare che il dubbio non deve essere temuto, ma accolto volentieri in quanto possibilità di nuove potenzialità per gli esseri umani. Se non siamo sicuri, e lo sappiamo, abbiamo una chance di migliorare la situazione. Chiedo la stessa libertà di pensiero per le generazioni future>>
Grazie a te.







Nessun commento:

Posta un commento