martedì 1 settembre 2015

Intervista di Pietro De Bonis a Marco Dalissimo, autore del libro “Un anno senza giorni”.

Marco Dalissimo è nato a Roma, ha frequentato L'istituto D'Arte Silvio D'Amico non completando gli studi, ma non potendo fuggire al richiamo dell'arte, passati diversi anni, ha intrapreso un approfondito studio sulla storia di Roma. Questa sua passione lo ha riportato interamente verso il mondo classico, facendogli scoprire la parte più in luce di sé:l'amore per il passato del mondo. Ha potuto pubblicare il primo romanzo "Nessun dio sulla terra" edito da Zona Editrice, ma “Un anno senza giorni”, pubblicato da L' Erudita, è il suo libro di racconti di cui oggi parleremo.

Il libro: L'intento di guardare oltre il presente del quotidiano è il primo filo rosso che il lettore può prendere per mano. L'irreale non sembra mai essere un dato certo nelle trame delle storie, è piuttosto presentato come un incipit per accedere ai sogni che camminano a fianco dei protagonisti, sogni, ma anche incubi irrisolti della psiche, luoghi che altrimentinon potrebbero essere mostrati, visioni che Dalissimo tenta di descrivere come potesse avere insieme alla penna, una cinepresa.

Marco Dalissimo si è reso molto disponibile a rispondere ad alcune mie domande.

Pietro De Bonis: Ciao, Marco! “Un anno senza giorni” il tuo libro di ben dodici racconti che nascono dalla particolare tua esigenza di raccontare delle tue scelte. Spiegaci meglio.

Marco Dalissimo: E' stato un lavoro in divenire a tutti gli effetti.  Alcune storie erano nel mio archivio da  molto tempo, ma volevo che vivessero, perché ancora  valide e con la possibilità di raccontare come se  scritte nel presente ( e questo assume forse il senso più profondo di tutto il  lavoro ) . Quando un racconto ha diversi anni è possibile che l'autore non abbia più l'esigenza di vederlo in luce, ma queste storie rappresentano bene i miei differenti registri, che sono, credo, il segno rappresentativo della mia scrittura.



Pietro De Bonis: "Giano Bifronte" apre la raccolta, ma non è un vero e proprio racconto,  più una serie di appunti che conducono verso le pagine che seguono: una sorta di “intro” come nei Cd musicali?


Marco Dalissimo: Esattamente, e non avrei potuto risponderti diversamente, venendo tutto intero da una vita con la musica. Giano Bifronte è come un overture che riassume le arie principali della partitura, perlomeno cerca di prendere per mano il lettore e condurlo dentro il libro con le giuste intenzioni che mi ero prefisso, ed è doppiamente importante perchè contiene anche un colore che potrei sviluppare in futuro per tentare di raggiungere altri stili. Avrei voluto i titoli dei racconti nella quarta di copertina proprio come un cd , si, e al momento è il mio prossimo sogno. Non credo sia mai accaduto con altri autori finora.


Pietro De Bonis: Quali tematiche popolano maggiormente “Un anno senza giorni”?

Marco Dalissimo: L'irreale ha una parte forte. Ma attenzione, in  tutti i miei racconti non c'è mai un segno che divida il vero dall'immaginario, i personaggi riconoscono autentiche entrambe le dimensioni. Cercano una risposta o formulano una domanda alla parte interna più profonda del loro vivere, la psiche. Anche quando la realtà si trasforma letteralmente come ad esempio nel racconto "La cena" non troviamo sgomento o timore, soltanto la voglia di comprendere l'amore e i demoni che la realtà più formale potrebbe celare.
La solitudine, l'incapacità di concretizzare i sentimenti in termini disinvolti, le giuste occasioni (credute tali) mancate sono i temi dominanti, tutto il  risvolto del nostro tempo mediatico e dell'apparenza, senza nascondere la fonte della mia esperienza personale , la mia inadeguatezza di fronte all'altro che spesso ho amato anche rifiutando. Sappiamo che l'energia inespressa dei sentimenti può tramutare nei  molteplici  incipit della creatività; è stata una parte della mia strada di autore.  



Pietro De Bonis: Ci leggi un piccolo passo di una storia al suo interno, Marco?

Marco Dalissimo: "...Mi rivedevo bambino all'angolo di strada dove finivano i miei giochi. Lì dove mia madre aveva posto il limite sacro da non superare. E adesso volevo fuggire dal groviglio di strade che circondano la casa dove vivo il mio amore nevrotico, e speravo slegarmi dai fili del burattinaio nascosto dietro il mio sipario. Volevo diventare un amico di Gianni. E lo volevo come un bambino aspira a volare con un mantello di stoffa rimediata, volevo percorrere i suoi passi, se fosse stato possibile . In quali strade mi avrebbe portato non potevo sapere.
Sperando di non dare troppo nell'occhio afferrai il giornale e mi avventurai verso il capolinea  dei tram. La temperatura stava scendendo, l'aria mi sparpagliava il giornale sotto il naso come un disegno animato. Gianni sarebbe sceso a Porta maggiore, dove ci eravamo incontrati pochi giorni prima. Eravamo restati fermi a guardare gli antichi acquedotti romani che si intersecavano tra loro e che sembrano abbracciare lo spazio della piazza come per proteggerla dal nostro orrendo secolo..."



Pietro De Bonis: Perché la scelta del titolo “Un anno senza giorni”?

Marco Dalissimo: Non avrei potuto quantificare al meglio un periodo difficile come quello della  stesura della raccolta, ho fatto scelte difficili soffrendo e ho messo via tutta una parte del passato che non aveva più valore, queste le ragioni personali che si fondono nei racconti dove gli sfondi, come accennavo poco fa, sono spesso la mancanza , il vuoto, l'assenza che sommandosi fanno di un anno uno spazio senza una carezza , un bacio, senza tenerezza.
Il giorno è la parte progettuale , quella pratica del nostro vivere, la  solitudine può invadere le nostre occupazioni e farci guardare alla notte come a un letto di troppe riflessioni, la mancanza del giorno, allora,  può portare alla pazzia.



Pietro De Bonis: La copertina del libro è un tuo montaggio fotografico. Ho letto che definisci la fotografia un’ombra della tua scrittura, in che senso?

Marco Dalissimo: Sì, la copertina è un mio lavoro, una grande emozione che completa il mio sistema arterioso.
Fotografo anche cinque giorni alla settimana, lo scatto è veloce, l'immediato è la sua prima materia. Scatto le foto e poi le elaboro, non resta mai molto dell'originale, per questo non mi reputo un fotografo nel vero senso della parola, piuttosto un pittore, e forse talvolta, un grafico. Questi lavori raccontano sempre in modo molto cromatico un momento, un volto, un paesaggio, l'impegno è concreto, ma spesso il tempo che uso è breve , nonostante gli intensi risultati. Cos'è un 'ombra? Una sostanza intangibile, nome del nostro vero nome.



Pietro De Bonis: “Dalissimo” è il tuo cognome d’arte, tenevi a precisare questa cosa.

Marco Dalissimo: Sì, per casualità ho cambiato il mio vero cognome Pelliccione. Due casualità, la prima avevo bisogno di un nickname sulla posta elettronica, la seconda (la ragione più vera) era il continuo sentirmi dire di non avere l'aspetto dello scrittore, di sembrare piuttosto una pop star per il mio modo di essere e "apparire". Sono diventato Dalissimo in questa occasione, mentre nel mio primo romanzo mi firmavo Marco "Dalissimo" Pelliccione.



Pietro De Bonis: Grazie, Marco, per questa intervista. Dove possiamo acquistare “Un anno senza giorni”? Salutaci con un tuo motto.

Marco Dalissimo: Grazie a te. Il libro è nel catalogo IBS . Sarà presente in diverse copie alla prossima presentazione di fine settembre a Roma.
Non credo che potrò salutarvi con un motto, ma con quello che è il secondo titolo della mia raccolta, l'inafferrabile che ho tentato di catturare anche stavolta, "Il presente diventa sempre". A presto.








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