mercoledì 5 agosto 2015

Intervista di Pietro De Bonis a Umberto Vitiello, autore del libro “Ancora il sangue di Abele”.


Umberto Vitiello, detto “Vadìm”, slavista, francesista e scrittore, è nato alle falde del Vesuvio di fronte all’isola di Capri, il 12 ottobre del 1931il quarto di tre fratelli e una sorellaLaureatosi con 110 e lode presso l’Università Orientale di Napoli con una tesi sul diritto d’autore nell’Unione Sovietica, è designato come unico rappresentante italiano di tutte le cattedre di slavistica delle Università italiane al Primo Seminario Internazionale di Lingua e Letteratura Russa che si svolge a Mosca. Nel luglio del 1958 vince una borsa di studio internazionale e inizia a frequentare un corso post laurea di specializzazione in etnologia sociale di due semestri presso l’Università di Belgrado. Ha pubblicato “Parigi”(SugarCo Editore, Milano), “Il sale di Napoli” (Mursia; Milano), “Un secolo da dimenticare” (Ego, San Pietroburgo), “Amanti oltre il sesso e la morte, la vera storia di Abelardo ed Eloisa” (Booksprint Edizioni), “Mon école” (Booksprint Edizioni) “Il curatore segreto del Vaticano” (Lupo Editore), “Ancora il sangue di Abele – nazi e fondamentalisti son tra noi” (Lupo Editore), “Gente del Vesuvio” (Booksprint Edizioni)- .
Il libro: “Il casuale ritrovamento del cadavere di una ragazzina sconosciuta nei pressi del Grande Caravanserraglio mette in difficoltà Kalil e il gruppo, che concordano la versione da dare alle rispettive polizie per giustificare la loro presenza in un luogo fatiscente e da tempo chiuso al pubblico. In un primo tempo la ragazza viene identificata dalla famiglia Aluan (musulmana) che ne aveva denunciato la scomparsa, ma anche la famiglia Munch (cristiana) riconosce nel cadavere quello di Melanie, la figlia tredicenne

Umberto Vitiello si è reso molto disponibile a rispondere ad alcune mie domande.

Pietro De Bonis: Benvenuto, Umberto Vitiello! "Ancora il sangue di Abele – nazi e fondamentalisti son tra noi", edito da Lupo Editore,  e approdato il 16 luglio in tutte le librerie italiane, è un romanzo che può definirsi “corale”, è così? Ci spieghi.
Umberto Vitiello: Seguendo l’esempio di un libro di Yehoshua, non è un narratore a raccontare questa storia, ma i suoi stessi protagonisti  

Pietro De Bonis: Un libro ispirato a quanto è realmente accaduto non molti anni fa nei Balcani, intrecciato a un triplice omicidio e ad alcuni profondi rapporti d’amicizia e di coppia, è la storia di una consolidata civiltà multietnica aggredita dal morbo dell’inizio del XXI secolo: il razzismo. 
Umberto Vitiello: Una storia che in altri luoghi, in altri tempi  e con personaggi diversi è già accaduta diverse volte e che molto probabilmente accadrà purtroppo ancora. Come si sta già ampiamente implementando ai nostri giorni in Medio Oriente, nel Nord Africa, in Europa Orientale e altrove. E come potrebbe accadere anche in Italia, se si diffondessero e affermassero i due e più estremismi xenofobi e popolari nostrani, per molti versi del tutto simili a quelli dei fanatici talebani dell’estremismo  islamico.

Pietro De Bonis: Un vigoroso noir politico, quindi, che si schiera contro i fondamentalismi di cui soffre l’umanità.
Umberto Vitiello:  Per capirli davvero, i fondamentalismi e i regimi dittatoriali o tirannici  che  determinano, vanno vissuti. E ciò è almeno in parte possibile  con la lettura attenta di una storia avvincente, come spero sia quella da me scritta.    

Pietro De Bonis: Cardini emblematici della narrazione sono la figura del professore Amos Friedeman e l’ambiente in cui si svolge gran parte dell’intera azione: la Città Santa del Grande Caravanserraglio.
Umberto Vitiello: Il professore liceale Amos Friedeman è colui che ha conquistato i propri allievi, molti dei quali sono protagonisti di questa storia, all’idea che una  società davvero umana non può che fondarsi sul rispetto reciproco dei suoi componenti, anche se diversi tra loro per religione, ideologia, cultura e colore della pelle.  Com’era stata per decine e decine di anni la Città Santa del Grande Caravanserraglio.  

Pietro De Bonis: Una Città Santa, del Grande Caravanserraglio, che è un luogo puramente inventato, come del resto lo sono anche i personaggi che popolano il suo racconto.
Umberto Vitiello: Sì, inventata, ma tuttavia ispirata a Sarajevo.  Il cui nome etimologicamente si ricollega a un caravanserraglio.

Pietro De Bonis: Ci legge un breve passo di "Ancora il sangue di Abele”?
Umberto Vitiello:   “Una notte non riuscivo a dormire” – ci confidò. - “Mi tormentava il racconto di una mamma che ci aveva fatto nel pomeriggio precedente.  Una decina di bruti che entrano in casa sua, ammazzano suo marito e stuprano per ore e ore lei, sua figlia diciassettenne e sua nipote, una ragazza di appena dodici anni che da alcuni giorni viveva con loro perché i suoi genitori erano stati uccisi durante la notte dei primi massacri.  Ho cercato di distrarmi leggendo e pensando ad altro, fino a che non mi sono addormentato. Ma non per molto, perché presto ho avuto un incubo. Ed è stato allora che ho pensato di scrivere non solo una relazione da inviare a New York ma anche un ammonimento a quei mostri, qualcosa che li facesse riflettere sulle loro azioni turpi…”  

Pietro De Bonis: L’uomo imparerà mai qualcosa dalla Storiasecondo lei?
Umberto Vitiello:  Si dice e forse si crede ancora che la Storia sia maestra di vita. Ma lo è davvero solo se la studiamo, senza revisionarla, con lo specifico scopo umano di non commettere gli errori del passato.

Pietro De Bonis: Il rapporto con i suoi lettori. Quanto fa incidere le loro critiche sullasua scrittura futura?
Umberto Vitiello: Le critiche che incidono di più sulla mia scrittura futura sono quelle della incomprensione o la poca chiarezza di qualche brano. Per cui cerco sempre di capire quali frasi od espressioni è bene emendare con maggiore rigore semplificativo.

Pietro De Bonis: Grazie, Umberto Vitiello, per questa intervista. A lei lascio dire l’ultima battuta.
Umberto Vitiello: Come ho fatto alla fine del romanzo nelle due pagine di ringraziamenti, mi va di concludere l’intervista riportando questa dichiarazione di Jean-Cristophe Ruffin: “Io racconto ciò che vedo o che mi sembra stia per accadere.  Da questo punto di vista sono uno scrittore impegnato, e non mi preoccupa il discredito che circonda questa espressione. La mia vita è impegnata, come lo sono i miei libri. Non sono però libri militanti, nel senso che non hanno proseliti. Io cerco solo di far riflettere il lettore. Ognuno poi decide da sé se fare qualcosa di concreto per cambiare lo stato delle cose”.  



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