domenica 22 marzo 2015

Intervista di Pietro De Bonis a Simone Perrone, autore del libro "Spremuta d'arancia a Mezzogiorno".


Spremuta d’arancia a mezzogiorno è il ticchettio di una maturazione, l’evoluzione di una passione,  di una vita a cavallo tra due secoli che porta addosso i segni di un passato e di una terra di Sud ancora invasivi, ma che prova a sbirciare fuori per vedere cosa c’è oltre i mari. Il romanzo descrive senza linearità la crescita personale e intima di Carlo Barrassi, le piccole relazioni, i primi innamoramenti, la scoperta della sessualità e l’incapacità, a volte, di decifrare i sentimenti e le reazioni del corpo.Carlo scrive canzoni, poesie, scrive per essere e per diventare.


Ma le persone a volte tornano nella testa, come le belle frasi dei libri, come anche le canzoni, come Linda, e allora magari passi un giorno intero o tutta la notte a pensarci. Rita e i suoi occhi insanguinati dalle lacrime, la sera prima di tornare a casa, nella sua terra delle stelle.”



Simone Perrone è un cantautoreautore e scrittore salentino, classe 1987. 
Laureato in Lingue e Letterature Straniere Euromediterranee presso l’Università del Salento, ama suonare il pianoforte, la chitarra e ha studiato canto. È la voce del gruppo elettro-rock Jack in the Head (all'interno del quale è conosciuto con lo pseudonimo di Signor Woland). Vincitore del Cornetto Free Music Festival nel 2007, ha aperto i concerti di molti artisti di primo piano quali Zucchero, Elio e Le storie tese, Simone Cristicchi, Povia. Con i Jack in the Head vince l'Heineken Jammin Festival e nel 2011Perrone si dimostra un artista a 360°, con un occhio sempre rivolto alla sperimentazione e al cambiamentoIl 2014 vede Simone in una nuova veste: pubblica infatti il suo primo romanzo, "Spremuta d'arancia a Mezzogiorno", edito da Lupo Editore.

Pietro De Bonis: Ciao Simone! “Spremuta d’arancia a mezzogiorno”, edito da Lupo Editore, mette in luce il nostro rapporto con le passioni e la creatività, lo fa attraverso un discorso che viene fuori dalla fusione di quattro storie. Vuoi spiegarci?

Simone Perrone: Ciao Pietro! Sì, hai ben detto, nel libro ho cercato di mettere in rilievo il rapporto che ognuno di noi ha con le proprie passioni, ma soprattutto con la creatività, creatività intesa non solo da un punto di vista artistico; quando incontriamo qualcuno nella nostra vita, anche se per poco, è come se iniziassimo a scolpire un marmo, come se prendessimo a dipingere un quadro, e perfezionassimo la nostra opera man mano, oppure la rovinassimo a seconda dei casi. Ogni incontro è la creazione di un rapporto e può essere portatore d’ispirazione. Io ho sempre creduto che ogni persona che mi passa accanto possa avere del potenziale narrativo da trasmettermi. La vita di Carlo, il protagonista, è una vita piena di questi incontri, e ognuno di essi crea qualcosa in lui, lo influenza, anche quello che ai suoi occhi è il più insignificante. Per dare peso a questo tema centrale ho quindi cercato di sviluppare un discorso che fosse frutto della fusione di quattro storie (Anche se potrebbero essere di più, perché questa suddivisione nel libro non esiste visivamente, ma idealmente.) alle quali potremmo assegnare dei veri e propri titoli: Carlo e le donne / Carlo e la musica / Carlo e l’amicizia / Carlo e la famiglia


Pietro De Bonis: Il tuo protagonista, Carlo Barrassi, non si accontenta affatto di una vita mediocre, riflette un po’ in parte il tuo carattere? Il romanzo e la vita, la differenza sta sempre nel finale?

Simone Perrone: Carlo è un ragazzo che insegue i propri sogni, immerso nelle sue speranze, nei suoi odi, nelle sue paure, assorto nei suoi trionfali e solitari momenti d’ispirazione. La lotta per salvarsi dalla mediocrità lui non la combatte contro il mondo, ma contro se stesso. In tutto ciò ci somigliamo molto. Mentre per ciò che riguarda la differenza tra il romanzo e la vita dipende: quest’ultima credo abbia sempre un finale aperto, mentre un romanzo no. E’ interessante che tu mi abbia fatto questa domanda, perché  nella fase embrionale del libro, il ragionamento che mi ha portato ad optare per un finale aperto, se vogliamo, è stato proprio questo: “ La vita di un uomo secondo me non ha un punto d’arrivo, o almeno nessuno può saperlo; il mio romanzo altro non è che la storia di una vita, quindi non può che avere un finale aperto!”.



Pietro De Bonis: Il titolo “Spremuta d’arancia a mezzogiorno”, è una sorta di invito a ricaricarsi d’energia per affrontare le giornate? Un vecchio e sempre utile rimedio della nonna?

Simone Perrone: Sorrido. Perché a questa motivazione non avevo mai pensato (com’è sconfinata l’interpretazione di un’idea). No, nessun invito o rimedio della nonna. La spremuta altro non è che un simbolo. Carlo racconta che nel periodo del liceo aveva questo sogno nel cassetto di diventare famoso e di poter vivere di musica, potendosi permettere di non dormire la notte per scrivere canzoni e abbandonarsi al lusso di svegliarsi tardi la mattina e fare colazione con la sua adorata spremuta d’arancia. La bevanda simboleggia dunque il raggiungimento di un obbiettivo. Nel libro il titolo viene spiegato, e se vogliamo anche superato, perché nel portare avanti il discorso Carlo evolve il suo pensiero, arrivando poi alla conclusione che raggiungere il successo è in realtà una vana gloria; Carlo è un futurista, per lui l’obbiettivo, la cosa veramente stimolante, è creare, non “arrivare“, che poi alla fine non si arriva mai da nessuna parte.



Pietro De Bonis: Dedicarsi alle proprie passioni, come fa Carlo il protagonista, ci discosta dalla gente attorno? Lo ritieni un diritto/dovere occuparsi in primis di se stessi e senza alcun tipo di remora?

Simone Perrone: Ritengo che dedicarsi alle proprie passioni sia un dovere che cervello e cuore hanno in primo luogo nei confronti del nostro stomaco, dei nostri polmoni, delle nostre gambe quando si muovono, della mani quando accarezzano qualcuno, dei nostri occhi quando osservano il circostante. Il discostarsi dalle persone attorno è un falso problema, la volontà è l’arma più forte da utilizzare in  favore o contro noi stessi.


Pietro De Bonis: Carlo scrive canzoni, poesie, per essere e diventare. Ma tu Simone, definisci la scrittura anche un atto scabroso, perché?

Simone Perrone: Definisco la scrittura un atto scabroso, ma in questo contesto, non in generale, perché Carlo mette a nudo tutto di se, lo fa tramite un linguaggio diretto, a tratti rozzo e spigoloso, con termini crudi, le parole vengono usate quasi grottescamente, e fanno trasparire molti lati del personaggio invisibili in superficie; Barrassi racconta le sue perversioni sessuali, i suoi voli mentali, le sue manie, il suo odio nei confronti di chi o che cosa, elementi che potrebbero sconvolgere il rapporto che ha col prossimo. Tutto questo non lo fa tramite il dialogo, ma attraverso lunghi monologhi, la scrittura rivela quello che di scabroso c’è in lui.



Pietro De Bonis: Cose diresti spontaneamente adesso a un lettore che si approccia aleggere il tuo romanzo?

Simone Perrone: Gli direi che questo è un libro che si legge facile, ma che si pensa con difficoltà. Che Barrassi va amato a fiducia fin dalla prima parola del prologo, perché è la persona più odiosa, amabile, incoerente, sconsiderata, creativa, pazza, emozionante e stralunata che io conosca. Gli direi che questo è un libro anche molto sperimentale perché, un po’ come il debuttante pokerista ha quell’inesperienza nel rischio che l’esperto giocatore non possiede, si basa sul concetto che la lingua debba avere in se gli errori del linguaggio. Ho giocato con le parole, ne ho inventate, ho fatto calchi dal francese, ho trasferito costruzioni morfo-sintattiche dal portoghese all’italiano, ho fatto citazioni, riferimenti che forse in pochi capiranno, ho distribuito atti d’amore tra le righe, invisibili se non agli occhi di qualcuno (perché è importantissimo che ciò che racconta il libro debba arrivare al lettore, ma è anche bello e sfizioso per un autore che in alcuni passaggi chi legge si sforzi di arrivare a ciò che il libro vuole dire).  Il mio lettore modello non può che essere un sognatore, un folle, un giovane innamorato, una musicista disillusa, un affamato di passioni, uno che si fa beffa delle regole, ma anche al lettore empirico del caso, gli direi che ogni gesto creativo, almeno in partenza, è meritevole di fiducia.



Pietro De Bonis: Scrivere una partitura musicale è come scrivere un testo? La melodia e l’armonia sono cose che trovi facilmente?

Simone Perrone: Scrivere una canzone e scrivere un racconto o un romanzo credo abbiano in comune l’ispirazione di base, ma sono processi creativi differenti. Potrebbe sembrare scontato e ovvio dire che scrivere un libro è più complesso di scrivere una canzone. Io credo che questo sia sbagliato. Nel mio caso per esempio, ci ho messo un anno a scrivere questo libro, mentre ci sono canzoni che ho da due, tre anni in cantiere e che ancora devo finire di scrivere. Nulla è mai facile se lo si vuole fare bene. Conta sempre l’energia, le idee, le voglie che hai nel momento in cui stai pensando e lavorando su qualcosa, canzone, poesia, testo, musica di strofa, musica di ritornello, racconto, romanzo che sia.


Pietro De Bonis: Grazie Simone di questa intervista. Hai in vista presentazioni del tuo “Spremuta d’arancia a mezzogiorno”? Dove è possibile acquistarlo?

Simone Perrone: Il libro può essere acquistato in tutte le librerie italiane, laddove non ci fosse può essere prenotato tranquillamente, oppure lo si può ordinare direttamente attraverso il sito della Lupo Editore, www.lupoeditore.com . Ci sono in programma delle presentazioni presso librerie e circoli arci, in ogni caso vi invito a visitare e a tenervi aggiornati tramite la mia pagina ufficiale facebook (https://www.facebook.com/SimonePerroneOfficialPage?ref=tn_tnmn ) e il mio profilo twitter (SIMONE PERRONE).









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