giovedì 5 marzo 2015

Intervista di Pietro De Bonis a Fabrizio Biondi, autore del libro "Quella parte di me che sto cercando"

"Quella parte di me che sto cercando" è un romanzo per lunghi tratti autobiografico, che parla di un ragazzo che a seguito di un banale controllo medico, scopre di essere affetto da una grave patologia ai reni, che lo porterà in breve tempo prima alla dialisi, e poi al trapianto. Il destino vorrà, dopo il suo matrimonio e la nascita di un figlio, che a causa di un grave incidente, che dovrà decidere di espiantare gli organi proprio del figlio gravemente ferito, e a quel punto inizierà un viaggio alla ricerca del suo donatore, mai conosciuto. 

Fabrizio Biondi ha 52 anni ed è al suo terzo libro. Ha iniziato a scrivere da circa un anno, pubblicando come prima opera un romanzo ambientato ad Ascoli Piceno, lasua città natale, ispirandosi al film del 1972 “Alfredo Alfredo”, immaginandoci unpossibile seguito, non più come commedia, ma come un amaro ritorno del protagonista alle sue origini.



Pietro De Bonis: Ciao Fabrizio! "Quella parte di me che sto cercando" è una storia in parte autobiografica, e riguarda un uomo di 30 anni che in seguito ad un banale controllo medico, arriverà a un trapianto. Perché questo bisogno di mettere al mondo parte di se stessiOgni persona ha un romanzo dentro da scrivere e far leggere?
Fabrizio Biondi: Secondo me arriva il momento per tutti di mettere al mondo parte di se stessi, c’è chi lo fa prima, chi come me in età diciamo “matura”, chi invece lo vorrebbe fare e forse non trova  il coraggio o le parole adatte per farlo, o il momento giusto, e magari usa altri mezzi, ma fondamentalmente penso che tutti abbiamo qualcosa da dire, raccontare tutta o una parte della propria vita, esperienze dirette, ogni piccola passione o storia vissuta può essere vista dal protagonista come un romanzo, e quindi implicitamente degna di essere raccontata, il bisogno, la voglia, la passione poi, viene più che altro per assecondare, come nel mio caso, un’indole personale e una propensione alla scrittura che ho sempre avuto.

Pietro De Bonis: Affronti anche il tema dei rapporti con i propri familiari, quanto la loro vicinanza nelle nostre vicissitudini ci acquieta il dolore fisico? La ritieni essenziale?
Fabrizio Biondi: Una cosa che ho subito scoperto quando ho dovuto affrontare i primi sintomi della malattia e il successivo ricovero, è che purtroppo la solitudine è la compagna costante di viaggio di una persona malata e quindi in difficoltà, qualsiasi sia il suo problema, e in questi casi,  al dolore fisico, che già di per sé è difficile da tollerare, si somma il disagio di una situazione che a volte è anche più dolorosa del male stesso, perché porta facilmente a deprimersi e in un certo senso, a nascondersi da tutto ciò che ci circonda, come a cercare riparo dal mondo intorno, considerato inevitabilmente ostile, e la famiglia diventa il rifugio e il sostegno ideale per superare questi momenti, l’affetto e la cura che ti possono dare le persone più care che hai vicino riesce a lenire nel migliore dei modi il dolore fisico e anche il malessere mentale che è sempre latente in queste situazioni.

Pietro De Bonis: Trovarsi d’improvviso soli nella vita, quindi scoprire chi sonodavvero le persone attorno a noi, è alla fine un bene nonostante le conseguenze che comporta?
Fabrizio Biondi: , anche se diventa difficile da accettare, è un bene scoprire la reale consistenza di chi ci circonda e ci sta dando una mano e un sostegno morale e materiale, rispetto a chi invece per un motivo o l’altro, ci ha abbandonato, voltandoci le spalle nel momento del bisogno, perché queste persone diventano sostegni insostituibili di ogni piccolo momento della vita quotidiana, dei riferimenti su cui basarsi per poter cercare la via della guarigione, ma allo stesso tempo si diventa consapevoli che sono veramente pochi i riferimenti certi su cui basare un rapporto di fiducia e di cammino comune lungo la malattia, la convalescenza e la successiva guarigione, simbolicamente come delle stampelle che ci aiutano nel cammino incerto.

Pietro De Bonis: Tutto può rinascere, la vita, addirittura il tuo protagonista ripresosi, troverà una moglie, un figlio, un nuovo lavoro. Ma purtroppo una nuova tragedia è alle porte… Perché la scelta di caricare di così tanta intensità il tuo romanzo?
Fabrizio Biondi: E’ stato per me difficilissimo “romanzare” una buona metà del mio lavoro, inserendo una parte così delicata e tragica nel libro, coinvolgendo una figura così importante della mia vita, e cioè mio figlio, ma il senso di tutto il mio scritto, è quello di porre davanti ad un dilemma una persona, che prima ha beneficiato di una situazione simile, ricevendo un organo da una persona tragicamente deceduta, poi invece deve decidere per l’espianto degli organi del proprio figlio… ho cercato di far convivere nella stessa identità due anime ben distinte, anche per provare a vincere una paura insita in ognuno di noi, un istinto di conservazione estremo per i nostri cari, la difficoltà di una scelta che invece qualcuno ha fatto a fin di bene quando ne abbiamo usufruito noi… non è facile da spiegare, ma i sentimenti in questo caso sono molto forti, e decidere in un senso o nell’altro è sempre molto difficile.

Pietro De Bonis: Quale parte di noi andiamo cercando, Fabrizio?
Fabrizio Biondi: Sinceramente non lo so… è come chiedere simbolicamente ad una persona cosa farebbe se  potesse realizzare tre desideri… si ha sempre l’imbarazzo della scelta… la salute, la tranquillità, il benessere… dipende anche dal trascorso che ognuno di noi si porta dentro, dalle ambizioni che si hanno e dalla situazione attuale in cui ci troviamo quando ci fermiamo e ci chiediamo ciò… in questo momento, io penso ai miei figli, e a conservare la tranquillità e il discreto stato di salute che sto vivendo, nonostante gli alti e bassi tipici della condizione di un trapiantato... certo vorrei anche qualcosa di più per loro rispetto a quanto ho avuto io, e forse è questa la parte che sto cercando… in parecchi loro comportamenti, attitudini e lati del carattere, rivedo me stesso alla loro età, con le insicurezze tipiche dell’adolescenza, e forse una parte che sto cercando, con un pizzico di egoismo, potrebbe essere il loro pieno completamento familiare e professionale, che arricchirebbe sicuramente anche me di tutta quella parte appunto che non ho avuto, e gratificherebbe loro anche dal punto di vista personale, senza dimenticare le vicissitudini che mi hanno colpito, e quindi, come nel libro, un mio pensiero va sempre alla persona che con il suo sacrificio mi ha permesso di cambiare radicalmente la mia vita... questa “parte” di me, la considero importantissima.

Pietro De Bonis: Qual è il primo scopo che ti prefiggi nel raccontare una storia?Quale l’elemento che non deve assolutamente mancare?
Fabrizio Biondi: Sicuramente suscitare un’emozione nel lettore, un sentimento, che lo possa coinvolgere completamente nel racconto, fino ad immedesimarsi nel protagonista, viverne le stesse sensazioni, fino ad avere voglia di continuare a leggere per arrivare alla fine del racconto, assaporarne gioie e dolori, un po’ come succedeva a me quando iniziavo a leggere da bambino i libri di Salgari, e sognavo di essere uno dei suoi protagonisti… mi capitava spesso di leggere fino ad addormentarmi, e sognare… per i bambini è fondamentale leggere, perché dietro ogni bambino che legge, ci sarà un uomo che pensa… suscitare emozioni in un lettore, e stimolarlo a pensare, io lo considero un successo per un mio libro.

Pietro De Bonis: Un’opinione di un lettore che ti ha colpito, qual è stata? Se c’è stata.
Fabrizio Biondi: Sono stati tantissimi i commenti che sono stati “postati” sulla pagina ufficiale del libro che ho aperto su Facebook, che attualmente conta quasi 18000 “mi piace”, ma anche quelli di persone che lo hanno letto e hanno voluto testimoniarmi di persona i loro sentimenti e i loro giudizi… nella maggior parte di loro sono riuscito a trasmettere quelle emozioni e quei sentimenti che volevo venissero alla luce, e uno in particolare mi ha colpito molto, di una donna, una mamma che purtroppo ha dovuto scegliere, come nel caso del romanzo, di donare gli organi di suo figlio, e che poi si è legata in maniera quasi indissolubile ad uno dei riceventi, un bambino dell’età di suo figlio… lei mi ha confessato abbracciandomi, di aver trovato la parte di sé che stava cercando..

Pietro De Bonis: Stai lavorando su un testo nuovo mi dicevi, vuoi annunciarci qualcosa?
Fabrizio Biondi: Ho cambiato completamente genere, perché un’altra delle mie passioni sono i romanzi gialli, e mi sono voluto cimentare in un racconto, ambientato a Roma, in cui due amici di vecchia data, un commissario di polizia ed un giornalista di cronaca nera, vengono coinvolti insieme, loro malgrado, in un’indagine per la cattura di un serial killer che usa uno dei più importanti social network per attirare le sue vittime nella sua trappola… è in fase di stampa, e dovrebbe essere disponibile subito prima dell’estate.

Pietro De Bonis: Grazie di cuore per questa intervista e della tua sincerità, Fabrizio. Dove possiamo acquistare il tuo "Quella parte di me che sto cercando"? Hai in vista presentazioni?
Fabrizio Biondi: E’ ormai disponibile nelle più comuni catene di librerie online, quindi Mondadoristore, Lafeltrinelli, Webster, Libreriauniversitaria, Ibs, ma anche su Amazon e Ebay. Per quanto riguarda la presentazione, ho scelto di farla nella mia città, e si è svolta il 23 gennaio, ed ha avuto un ottimo riscontro di presenze e di vendite, ma ho intenzione di programmarne un’altra prima dell’estate, in accordo con la mia casa editrice. Grazie a voi per l’occasione che mi avete dato di poter parlare oltre che del mio libro, di un tema tanto delicato e che mi sta molto a cuore dei trapianti e delle donazioni… buona lettura a tutti!





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