giovedì 30 marzo 2017

Intervista a Giulio Perrone autore del romanzo CONSIGLI PRATICI PER UCCIDERE MIA SUOCERA (Rizzoli)

UN ROMANZO DI DISARMANTE SINCERITÀ SULL’INCOSTANZA DEI DESIDERI MASCHILI.

Leo era sposato con Marta – seducente, comprensiva, i piedi ben piantati per terra – e con lei aveva un sogno, aprire una libreria. Poi ha conosciuto Annalisa – tenerissima, vitale, lo sguardo sempre rivolto al futuro – e ha mandato all’aria il suo matrimonio, iniziando con lei una nuova vita che sembrava finalmente appagarlo. Ma mettere radici non è il suo forte, tantomeno fare scelte definitive e impegnarsi troppo a lungo in qualcosa. Lo sa chiaramente, eppure non riesce a essere diverso. Così ha sentito Marta al telefono, si sono rivisti, hanno fatto l’amore, e adesso Leo si ritrova nella paradossale situazione di avere come amante… la propria ex moglie. Dividersi tra due donne che ti vogliono per sé e che si odiano può essere eccitante, ma alla lunga diventa una discesa infernale tra bugie, scuse improbabili, sensi di colpa e la consapevolezza di stare rimandando, insieme alle decisioni importanti, anche la possibilità di realizzare i propri sogni. Per Leo è arrivato il momento di scegliere – già, ma quale delle due? – e di certo non lo aiuta avere come unici modelli un padre che ha il vizietto del gioco e racconta d’essere stato la controfigura di Dustin Hoffman nel Laureato, e un datore di lavoro che lo assilla per sapere in che modo eliminare la propria suocera…

Giulio Perrone vive a Roma, dove nel 2005 ha fondato la casa editrice che porta il suo nome. Con Rizzoli ha pubblicato L’esatto contrario (2015).

Recensione e intervista a cura di Francesca Saitta

Lo so, lo so! State già immaginando come liberarvi di vostra suocera. Avete letto il titolo, visto la foto della copertina, due donne che parlano tranquillamente sedute sul divano e le loro ombre sono due vipere, così siete partiti in quarta. Anzi sesta.
Invece no! Non troverete una soluzione ai vostri problemi.
Troverete ben altro. Troverete l’umanità e le fragilità di Leo, un uomo che mette in discussione la propria vita, che la analizza, la scopre, per attraversare quei limiti che ci poniamo nell’amare. I limiti delle nostre paure.

domenica 26 marzo 2017

Recensione L'AMORE ADDOSSO di SARA RATTARO (Sperling & Kupfer)

L'AMORE ADDOSSO di SARA RATTARO
«La verità è quasi sempre una storia raccontata a metà.»

Sinossi:
Una giovane donna attende con ansia fuori da una stanza d'ospedale. È stata lei ad accompagnare lì d'urgenza l'uomo che ora è ricoverato in gravi condizioni. È stata lei a soccorrerlo in spiaggia, mentre passava per caso, dice. Non dice – non può farlo – che invece erano insieme, che sono amanti. Lo stesso giorno, in un'altra ala dell'ospedale, una donna è in attesa di notizie sul marito, vittima di un incidente d'auto. Non era con lui al momento dell'impatto; non era rintracciabile mentre la famiglia, da ore, cercava di mettersi in contatto con lei. E adesso, quando la informano che in macchina con il marito c'era una sconosciuta, non sembra affatto stupita. La prima donna è Giulia. La seconda è ancora Giulia. E il destino, con la sua ironia, ha scelto proprio quel giorno per fare entrare in collisione le due metà della sua vita: da una parte, quella in cui è, o sembra, una moglie fortunata e una figlia devota; dall'altra, quella in cui vive di nascosto una passione assoluta e sfugge al perbenismo di sua madre – alle ipocrisie, ai non detti, a una verità inconfessabile. Una verità che perseguita Giulia come una spina sotto pelle; un segreto che fa di lei quell'essere così tormentato e unico, luminoso e buio; un vuoto d'amore che si porta addosso come una presenza ingombrante, un caos che può soltanto esplodere. Perché l'amore è una voce che non puoi zittire e una forza che non puoi arrestare. L'unica spinta che può riportarti a ciò che sei veramente.

Sara Rattaro torna con L'amore addosso, una storia potente e sincera, che parla di famiglia e amore, amicizia e desideri inafferrabili. Una storia che mette a nudo gli alibi dietro cui ci nascondiamo per paura di ferire o essere giudicati, le bugie che diciamo per amore ma che solo un amore vero potrà poi perdonare. L'amore addosso è un romanzo in cui è la nostra stessa vita a raccontarsi tra le pagine e le emozioni ci arrivano dritte al cuore.



Recensione a cura di Francesca Saitta

Leggere un libro di Sara Rattaro è, sempre, un gran pericolo.
Perché? Perché non riesci a staccarti, perché devi cercare nella pagina successiva quell’emozione che non ti lascia e che non vuoi lasciare andare.

L’ho letto ascoltanto in ipod una musica di Paolo Buonvino (grande compositore di colonne sonore di film di successo) In particolare ho ascoltato “La crisi”.
Per me, Giulia è questa musica.

Ho iniziato a leggerlo Sabato alle sei del mattino per fermami alle 8,30 ora di colazione dei miei bambini, ho dovuto fare una lunga pausa giornaliera prima di riprenderlo alle 17 e riuscire a finirlo per l’ora di cena.
E’ stato un dispiacere arrivare all’ultima pagina perché dovevo staccarmi dai suoi personaggi.
La prossima volta che prenderò in mano un romanzo di Sara Rattaro ( ho letto Non volare via, di cui trovate anche la precedente recensione ed intervista audio, Niente è come te e Splendi più che puoi) mi riprometto di leggerlo il un periodo di tempo più lungo per non sentire questo distacco.

Sara Rattaro ha il grande dono di avere questo talento, quello di scrivere per le persone, di scrivere delle persone. Con autenticità.

“Perché questo è un mondo dove non ce la fai a stare in piedi se sei davvero te stesso. Se dici quello che senti, se gridi quello che provi. Devi trovare l’abilità di essere prima qualcosa e poi qualcos’altro, ma non tutto insieme, altrimenti il sistema rischia di esplodere.”

In questo romanzo non si affrontano soltanto i problemi di una coppia, di tradimenti, di rapporti familiari, di segreti e omissioni.

Uno dei componenti principali, a mio avviso, è “il saper tacere”.
Saper tacere sentimenti ed emozioni solo per paura di far crollare tutto ciò che ci tieni in piedi.
Che ci tieni dentro un’onda che sale e poi ci scaraventa nell’acqua facendoci annegare. E pur sapendo che è sbagliato, è ciò che ci consente di vivere nella quotidianità e che ci da la certezza di sentirci protetti, nonostante tutto.

“Non importa quale sia la luce che ci illumina. Importa che ci sia qualcuno disposto a guardarci.”

Il farsi guardare dentro è una cosa veramente difficile, dover mettersi a nudo. Già è complicato aprire le trasparenze della nostra anima a noi stessi per la paura di mettere in discussione il nostro equilibrio interiore. Ma riuscire a farsi guardare è anche “la cura” alle nostre fragilità.

La capacità dell’autrice è quella di raccontare di questo “equilibrio” attraverso tutti i suoi personaggi, nessuno escluso, ognuno con un valore, una storia.
Dell’equilibrio che ci tiene sospesi ad un filo fino a quando cadi e insieme a te tutte le certezze che hai tenuto addosso, come l’amore. L’amore addosso. 




Sara Rattaro nasce e cresce a Genova, dove si laurea con lode in biologia e scienze della comunicazione.  Nel 2009 completa il suo primo romanzo Sulla sedia sbagliata che viene letto e scelto dall’editore Mauro Morellini. Il romanzo ottiene un buon successo di pubblico e critica. Nel 2011 scrive il suo secondo romanzo Un uso qualunque di te, che ben presto scala le classifiche e diventa un fenomeno del passaparola, pubblicato dalla casa editrice Giunti nel 2012.
Non volare via è il suo primo romanzo pubblicato con Garzanti. La scrittura di Sara e la sua voce unica hanno già conquistato i più importanti editori di tutta Europa, che hanno deciso di scommettere su di lei e di pubblicarla. Del 2014 il romanzo Niente è come te, sempre edito da Garzanti, vince il premio Bancarella 2015; nel 2016 esce Splendi più che puoi, sempre per Garzanti.    

  

martedì 31 gennaio 2017

Recensione a cura di Simona Saitta - FLOWER di Shea Olsen, Elizabeth Kraft - NEWTON COMPTON


Il caso editoriale dell'anno.
Un successo mondiale.

Sinossi: Charlotte vive con la nonna ed è una ragazza con la testa sulle spalle: bravissima a scuola, lavora in un negozio di fiori per pagarsi gli studi e nel tempo libero si prepara per l’ammissione alla prestigiosa università di Stanford. È molto concentrata e non si concede distrazioni, niente uscite serali e soprattutto niente ragazzi: la sua più grande paura è infatti quella di fare la fine di tutte le donne della sua
famiglia, che hanno rinunciato a seguire le proprie
aspirazioni a causa dell’amore. Una sera, all’ora di chiusura, entra nel suo negozio un misterioso e affascinante cliente, ombroso ma gentile, che le fa strane domande. Nonostante ne rimanga colpita, Charlotte è sicura di non rivederlo mai più… E invece la mattina dopo le viene recapitato in classe un mazzo di rose purpuree, i suoi fiori preferiti. A mandarglieli è stato proprio Tate, il ragazzo della sera prima, che inizia a corteggiarla in modo molto discreto ma deciso. Charlotte, dopo le resistenze iniziali, decide di uscire con lui per una sola sera. Ma appena fuori dal ristorante vengono assaliti da folla di paparazzi che grida il nome di Tate… Chi è davvero quel misterioso ragazzo e cosa nasconde dietro quei bellissimi occhi malinconici?


Recensione a cura di Simona Saitta

Ho letto questo libro in due giorni o meglio dire in due notti. Ti avvolge così tanto in un turbinio di emozioni da non pensare ad altro finché non arrivi speranzosa all’ultima pagina. Charlotte trascorre la sua vita tra l’ambizione di entrare a Stanford per diventare una dottoressa affermata, il suo lavoro al negozio di fiori e l’obiettivo di non inciampare in storie d’amore infelici come quelle delle donne della sua famiglia, divenute madri prima dei vent’anni. I suoi diciottanni non sono vissuti con spensieratezza, è seria e rigida con se stessa. Per lei l’amore non deve essere neanche preso in considerazione, mai un appuntamento, mai un bacio, mai un ragazzo. Fino a quando non arriva Lui, e si sa al cuor non si comanda; scostante e misterioso, ma dannatamente bello. Una sera come tante entra al negozio di fiori ordinando un mazzo di rose purpuree di cui leggendo, riesco a sentirne persino il profumo. La magia del primo appuntamento fa ritornare adolescenti, con le farfalle che si agitano nello stomaco. E’ combattuta tra le sensazioni che prova per questo ragazzo e la sua determinazione di non fare la fine delle donne della sua famiglia, “sedotte e abbandonate”. Ma appena scoprirà realmente chi è le cose cambieranno, cambierà lei e soprattutto cambieranno i suoi sogni. Consigliato assolutamente per chi come me ama le storie d’amore. Se ci sarà un lieto fine lo scoprirete voi acquistando il libro. Buona Lettura, alla prossima!





Dalla rete:

Un bestseller internazionale
Tradotto in 18 Paesi
Romanticissimo, travolgente, un romanzo unico


«Un romanzo che fa sognare, desiderare, sospirare. Eccezionale.»

«Impossibile non innamorarsi di Tate, garantito.»

«Una bellissima storia sul primo grande amore e su come trovare la propria strada nella vita.»

«Charlotte pensa di avere tutto sotto controllo. Poi incontra Tate. E niente sarà mai più come prima.»

Link Info Libro Newton Compton

martedì 11 ottobre 2016

Intervista di Francesca Saitta a Orlando Donfrancesco, autore del libro “Il Sole a Occidente”. (Historica Edizioni)

Come è possibile sentire la mancanza di qualcuno che non hai mai conosciuto realmente ma in un sogno di carta lo hai vissuto?

Sono stata a Venezia, per la prima volta nella mia vita, a passo, tra le pagine di un libro. Ho visto i canali, attraversato i ponti, sentito l’odore della laguna, ho passeggiato con Tancredi, Liliane ed Enrico, sono stata anche al Carnevale di Venezia. E’ stato un viaggio bellissimo.
Ho sorriso, pianto, ascoltato musica; ho provato dolore, piacere, malinconia, inquietudine, apatia, oblio e quiete. Ho sentito "la felicità di essere triste". Questo è il sentimento, in assoluto, che l’ho trovato in Tancredi. Lui è felice di essere triste.
Una tristezza che vive nella costruzione della memoria, della Bellezza, della stessa vita.

Victor Hugo diceva che “la malinconia è la gioia di essere tristi”; 

Romano Guardini, in “Ritratto della Malinconia” scriveva:
“Noi uomini, non siamo esseri armonici. Profondi conflitti si esprimono in noi [...] volontà del piacere e volontà del dolore s’intrecciano intimamente. Tutto è gioia e precipizio”

Questo pensiero per farvi capire quando la magia di una storia ti coinvolge e diventa il successo del suo autore e di come ho avuto modo di vivere i personaggi per poi perderli.

Il Sole a Occidente di Orlando Donfrancesco ti lascia dentro una luce, proprio come un raggio di sole che non si spegne o non vuoi spegnere. Una storia di spiritualità e interiorità, la storia di Tancredi, circondato da altre figure ammalianti, ognuna con un suo significato, ti cattura dalla prima all’ultima riga. Amore Assoluto, ho trovato anche questo, un amore per la bellezza e la poesia. Un amore per l'amore, estremo e vero. E poi tanta filosofia da Voltaire, (il migliore dei mondi possibili, quello in cui crede anche Tancredi) a Sartre, Nietzsche.

L’autore stesso definisce il suo romanzo Decadente, come leggerete nell’intervista.
Ma che cos’è decadente oggi?
Personalmente penso che la decadenza è verità, e tutto ciò che è verità fa paura.
Oggi c’è tanta decadenza. L’ essere definito “normale”,  fare parte della massa, vivere come un clone, seguire una moda o un’altra è la normalità, l’abitudine.
Chi si stacca da questo stato per vivere invece la “Bellezza” in tutte le sue forme, è identificato, dalla maggior parte della società, un Folle.
Allora, Signori, Viva la follia, se serve a sentirsi vivi.


Vi lascio all'intervista con l'autore, Buona Lettura!


Orlando Donfrancesco vive tra la campagna romana e la capitale. Ha pubblicato racconti brevi per la Giulio Perrone Editore (2005) e la Writers Magazine Italia (2008). “Il sole a occidente” è il suo primo romanzo, finalista al premio “Orlando Esplorazioni” (2015).

Il libro: Un giovane artista sceglie di rifugiarsi nella sua torre d’avorio a Venezia e di fare della propria esistenza un’opera d’arte, elevando l’estetismo a etica di vita al di là del bene e del male. Nella sua sofferta quanto anacronistica ricerca di bellezza, questo dandy contemporaneo condurrà i suoi giorni oltre ogni regola morale e materiale tra la città lagunare, Roma, Parigi e l’India. Romanzo neo-decadente, provocatorio, ironico, controcorrente, poetico e allo stesso tempo crudo, che trascina il lettore in una realtà governata dalla sola ragione estetica, destinata inevitabilmente a scontrarsi con un mondo massificato in cui la Bellezza è ormai sconfitta.

Francesca: L'apnea è l'assenza di respirazione esterna o una pausa della respirazione superiore ai 15 secondi.
Questo stato, magnifico per un lettore, l’ho provato per tutto il resto della lettura de “Il Sole a Occidente”. Sono la prima a dirtelo oppure hai già avuto riscontri del genere?

Orlando: Molti lettori mi hanno riferito di non essere riusciti a staccarsi dal libro prima di arrivare alla fine, spesso rimanendo svegli di notte per terminarlo. Mi piace sapere che il mio romanzo ha avuto l’effetto di un thriller, pur non essendolo affatto. Comunque sei la prima a utilizzare il concetto di “apnea” che trovo particolarmente centrato, e lusinghiero.

Francesca: Aprendo il tuo libro si legge questo pensiero di Paul Verlaine, Langueur


Che cos’ è per te il “Languore”?
Di solito un’artista che vive in questo stato vive la sua prostrazione come un’elevazione creativa o uno stato di benessere. Che ne pensi?

Orlando: La quartina iniziale di Langueur racchiude magicamente i temi e lo stato d’animo di tutto il romanzo, e del protagonista ovviamente. Più che una prostrazione, definirei il “languore” una condizione di “inattività attiva” che può portare allo stesso modo verso la (auto)distruzione o verso un’incredibile elevazione creativa. Non verso uno stato di benessere, però. E nemmeno di malessere.

Francesca: Come nasce la tua passione per la scrittura? E come è nato Il Sole a Occidente?

Orlando: La passione per la scrittura è nata con me, è stata una costante e fedele compagna di vita che si è espressa in varie forme, di cui una delle ultime è “Il Sole a Occidente”. Ho iniziato a scrivere questo romanzo sette anni fa a Venezia, durante un periodo emotivamente tormentato, nel quale l’isolamento offertomi dalla scrittura e dalla laguna è stata l’unica cura possibile. Tutto ciò si è riflesso nell’aura di spleen (e di languore) che avvolge l’intero romanzo.

Francesca: Parliamo di Tancredi. Un’artista maledetto, malinconico, sincero, sicuro, deciso, ammaliante. Alla ricerca di verità? Di amore e di Bellezza, sempre? Un uomo che racchiude in sé una forza che si potrebbe definire misteriosa, affascinante.

Orlando: Per Tancredi l’unica verità è la Bellezza, con la B maiuscola. È un ideale per definizione irraggiungibile, ma proprio per questo la tensione verso di esso dona significato all’esistenza che altrimenti – per Tancredi – sarebbe senza senso. La luce accecante della Bellezza nasconde a Tancredi altri valori, ma proprio per questo gli permette di condurre quell’esistenza inimitabile, come una danza sul baratro del Nulla. Una danza che però, per sua stessa essenza, è destinata a ripetersi in un’eternità ciclica.

Francesca: Definisci Bellezza e Decadenza.

Orlando: No, non si può definire la Bellezza, si può soltanto percepire. Sulla Decadenza invece si è detto e scritto di tutto, spesso in maniera ottusa o sbrigativa. La Decadenza non è statica, è un processo che inizia nel punto raggiunto dalla Bellezza un attimo dopo il suo apice, e che permette alla Bellezza stessa di “accorgersi” di aver appena passato l’apice. Proprio per questo la Decadenza ha una carica emozionale ben maggiore della Bellezza al momento dello zenith. Pensiamo di osservare una spiaggia, il mare, in un’assolata giornata di metà luglio, e di tornare alla stessa spiaggia dopo due mesi, alla fine dell’estate. Anche se il clima e la temperatura non sono cambiati, l’emozione sarà completamente diversa, più carica, malinconica, struggente: il “langueur”. C’è una Bellezza matura e senza speranza nella Decadenza. Per me è quello lo zenith.

Francesca: Due figure importanti e centrali fanno parte della vita di Tancredi. Enrico e Liliane. Questi tuoi personaggi, insieme a Tancredi, saranno ridotti, per loro scelta, a viversi, confrontarsi, ad amarsi.

Cito dal tuo libro:
…Ma per essere tali bisogna essere creatori di illusioni…
…Cacciatori di sensazioni, di emozioni…

Raccontaci di loro e di questo pensiero.

Orlando: Ognuno di loro rappresenta una sfaccettatura, e anche una diversa “conseguenza” della scelta di vivere per la Bellezza, al di là del bene e del male. Ciò che Tancredi avverte interiormente e che Liliane seppellisce negli abissi dell’inconscio, Enrico lo esplicita in un pensiero chiaro, cristallino. Possiamo dire che Enrico è l’anima filosofica del gruppo, dotato di una salda coerenza interna a quel modus vivendi che dall’esterno sembrerebbe folle. È sua infatti la frase che citi: Noi siamo cacciatori di sensazioni, di emozioni, dice Enrico, e per essere tali bisogna essere, prima di tutto, creatori di illusioni. Perché creatori di illusioni? Perché nel mondo di oggi non esiste più la Bellezza come loro la intendono, dunque bisogna creare deliberatamente e artificialmente un contesto dove trovarla – da qui l’illusione – per trarne emozioni. Del resto l’artificio è la cifra essenziale della Decadenza: si crea un simulacro della Bellezza che non tornerà più, un simulacro più complesso e sofisticato dell’originale, quasi un tentativo disperato di afferrare l’essenza di quella Bellezza che si sa ormai perduta per sempre. Per capire cosa intendo si può confrontare una scultura di epoca classica con una di epoca ellenistica. Io sono decisamente per la seconda.

Francesca: Cosa c’è di te in Tancredi? E di Enrico in te?

Orlando: Come credo ogni autore, c’è un po’ di me in tutti i personaggi, anche i minori. Di Tancredi ho certamente la criptata tendenza nichilistica, l’incostante introversione, ma soprattutto la difficoltà – o l’inutilità – a volte, di appartenere a questo mondo. Per fortuna ho l’ironia di Enrico a salvarmi.

Francesca: Il romanzo è ambientato ai giorni nostri ma leggendolo trasporta il lettore in un’altra epoca. Perché questa scelta?

Orlando: Da quando ero un adolescente che si rimpinzava di Decadentismo ho sempre immaginato di scrivere un romanzo ambientato ai giorni nostri, ma che conservasse quella poetica. Per esempio, “Controcorrente”di Huysmans è un libro che adoro, ma come si adora un quadro in un museo, un classico, una natura morta. È chiaramente un romanzo improponibile ai giorni nostri, come lessico, durata, lentezza, argomento, ma il suo spirito è vivo ed è proprio quello a entrarti dentro, non l’elenco di dieci pagine delle pietre preziose o delle essenze con cui si inebria il protagonista. Quelle sono solo dei mezzi – adatti ai suoi tempi, al 1884 – per comunicare al lettore lo spirito del romanzo. Ecco, io ho fatto mio quello spirito per poi cercare di infonderlo in una storia attuale, con uno stile di scrittura contemporaneo, senza riesumazioni.

Francesca: La scelta dei luoghi? Roma, Venezia, Parigi, l’India e poi anche Palermo. Ti appartengono in qualche modo?

Orlando: Sono ovviamente luoghi che conosco molto bene, altrimenti non avrei potuto scriverne. E certamente sono luoghi che mi appartengono così come io appartengo loro, soprattutto Roma, la mia città, e Venezia, il mio luogo “altro”. E poi sono tutti luoghi decadenti – nel senso positivo che intendo – ognuno in modo diverso.

Francesca: Amare. Per necessità? Perché?
Ti faccio questa domanda perché ho Amato il modo in cui si sono Amati i personaggi, di un Amore Assoluto, senza limitazioni, giudizi.

Orlando: Amare equivale a vivere, sono due sinonimi per me. Purtroppo la parola Amore viene abusata e mistificata da secoli, avendo ormai un significato così vasto che se ne perde quasi il senso. Infatti bisogna aggiungervi un aggettivo per capire meglio di quale sfumatura parliamo, e una di queste è l’Assoluto che hai utilizzato te. Sì, il concetto di Amore Assoluto, sebbene non ne abbia mai scritto esplicitamente, scorre come un fiume carsico per tutto il romanzo. E per me Amore Assoluto significa amare in reale assenza di (pre)giudizi, di limiti di spazio e di tempo, di morale comune, ma soprattutto significa amare la libertà della persona amata, anche se proprio questa libertà potrebbe farci soffrire.

Francesca: Quanto tieni al giudizio del pubblico, quanto lo consideri?

Orlando: In realtà quando ho scritto il romanzo non avevo intenzione di pubblicarlo: era una storia che stava maturando in me da anni e che a un certo punto è diventata incontenibile, obbligandomi a scriverla. Una scrittura che è stata, come ho accennato prima, addirittura terapeutica in quel momento della mia vita. Dopo qualche tempo è arrivata la finale al premio profeticamente intitolato “Orlando Esplorazioni” e da lì mi sono convinto a procedere alla pubblicazione. Rimane comunque un romanzo di nicchia, ma di un certo tipo di nicchia il cui parere è tenuto molto in considerazione da me. I giudizi di chi gradisce la letteratura “commerciale” – e purtroppo si tratta della maggioranza dei lettori – non mi interessano, anzi, preferirei fossero negativi.

Francesca: Con quale aggettivo definiresti il tuo romanzo?

Orlando: Libero.

Francesca: Il sentimento che vince nel tuo romanzo qual è?

Orlando: Nessuno, credo. Forse dovremmo parlare di sentimenti che perdono.

Francesca: Anche la musica è un elemento di Bellezza fondamentale nel romanzo e nella vita di Tancredi. Grazie a te ho riascoltato e scoperto un mondo di musica classica. La musica è ispirazione, una frequenza che colpisce le nostre corde. Ma cos’altro?

Orlando: Ti rispondo con un aforisma del caro Nietzsche: “La vita senza la musica sarebbe un errore.”

Francesca: Grazie Orlando per questa “Opera di Bellezza” e per questo tuo tempo, dedicati a noi.

Orlando: Grazie a te, Francesca. Ti sono grato per esserti immersa in apnea nel mare che ho creato, e di essere entrata in perfetta sintonia con il suo “langueur”. E insieme a te ringrazio tutti i miei lettori.